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Fiere di paese e tradizioni: A cimma (la cima)  
Autore: alda
Pubblicato: 10/4/2004
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Versione per la Stampa Dillo a un Amico
 
Ho messo a bollire la cima per domani – la cima ripiena alla genovese, per essere esatti. No, neppure : la cima ripiena come si fa a casa mia, come vedevo fare alla nonna prima, alla mamma poi, da bambina e da ragazzina. Mio, allora, il compito di reggere con mano ferma la sacca di carne mentre veniva versato il ripieno e poi mentre l’imboccatura della sacca veniva cucita. Rito antico che si è ripetuto oggi nella mia cucina, punta di magone nel calcolare il tempo che è passato, nel ripensare a chi non c’è più.
Non vi scrivo la ricetta: solo in Liguria si trova il pezzo giusto, preparato come si deve. Invece della ricetta, vi trascrivo – in traduzione – le parole che Fabrizio de Andrè ha scritto per una sua splendida canzone in dialetto genovese, intitolata, appunto, A cimma, e che riporta le leggende e gli incantesimi che circondano la cima, gli scongiuri che generazioni di donne hanno fatto perché la cucitura non saltasse, e la carne non risultasse dura…

Ti sveglierai sull’indaco del mattino
Quando la luce ha un piede in terra e l’altro in mare
Ti guarderai allo specchio di un tegamino
Il cielo si guarderà allo specchio della rugiada
Metterai la scopa dritta in un angolo
Che se dalla cappa scivola in cucina la strega
prima che abbia contato le paglie che ci sono
La cima è già piena, è già cucita.

Cielo sereno, terra scura
Carne tenera, non diventere nera,
Non ritornare dura

Bel guanciale, materasso di ogni ben di Dio
Prima di battezzarla nelle erbe aromatiche
Con due grossi aghi dritto in punta di piedi la pungerai
Aria di luna vecchia chiarore di nebbia
Che il chierico perde la testa e l’asino il sentiero
odore di mare mescolato a maggiorana leggera
cos’altro fare, cos’altro dare al cielo?

Cielo sereno, terra scura
Carne tenera, non diventere nera,
Non ritornare dura
E nel nome di Maria
Tutti i diavoli da questa pentola
Andate via
….

Buona Pasqua a tutti!
 
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